Tutti sono concordi nel dire che il nostro mondo è in crisi. Diremmo piuttosto che conosce una confluenza di crisi e che la voglia di far cambiare sistemi che non funzionano più è sempre più presente. In Belgio, molti chiedono che le statue di Leopoldo II vengano rimosse ma il fenomeno non si limita al Belgio. La morte di George Floyd negli stati Uniti ha aperto una riflessione mondiale sul colonialismo e i suoi simboli.

Nella sua edizione di questo giovedì 11 giugno, il Corriere della Sera parla di diversi attacchi contro statue considerate simboli di un altro mondo.

Usa, attacchi contro le statue di Colombo

WASHINGTON Attacco a Cristoforo Colombo. Nella notte di martedì a Richmond, in Virginia, un gruppo di manifestanti ha abbattuto una statua del grande navigatore. Un’operazione pianificata, visto che i vandali si sono portati delle corde per trascinare il monumento, e gettarlo nel laghetto di Byrd Park. Poi si sono dedicati al piedistallo, imbrattandolo con lo slogan: “Questa è la terra di Powathan”, la popolazione dei nativi in Virginia. Oppure: “Colombo rappresenta il genocidio”.

Nelle stesse ore, altro incidente a Boston. Qui in realtà la protesta era diretta contro il monumento di Robert Lee, il comandante sudista nella Guerra Civile. Ma a un certo punto gli attivisti si sono scagliati contro la scultura del Genovese nel parco che porta il suo nome. Hanno staccato la testa, lasciando il resto sulla base. Il sindaco di Boston, Mary Walsh ha deciso di far rimuovere la statua e aprire l’immancabile “dibattito” sul significato del gesto. Ma non è la prima volta: il monumento fu decapitato già nel 2006 e sporcato con vernice rossa nel 2015 e una scritta in nero: “Black lives matter”. La furia iconoclasta del movimento ha investito altri simboli. In genere figure legate allo schiavismo nel Sud o a personaggi controversi come l’italo-americano Frank Rizzo, sindaco di Philadelphia dal 1972 al 1980.

L’offensiva ideologica contro Colombo ha una lunga storia. Una storta di processo postumo con le categorie politiche e morali di oggi. Negli anni scorsi 13 Stati hanno cancellato il Columbus Day, sostituendolo con una giornata in ricordo delle sofferenze partite dai nativi americani.

Corriere della Sera (G. Sar.)

Nessuno tolga Montanelli dai suoi giardini

Anche in Italia è arrivata l’eco della protesta che in America e Gran Bretagna sta prendendo di mira simboli e figure storiche giudicati razzisti. A Milano ieri si sono scatenate polemiche dopo la richiesta dei Sentinelli, l’organizzazione antifascista che si batte per i diritti, di cambiare l’intitolazione dei giardini dedicati a Indro Montanelli e di rimuovere la statua del giornalista che si trova nello stesso parco. Un appello cui ha aderito anche l’Arci e che arriva dopo l’eco delle proteste in città per l’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti e – come spiegano i Sentinelli – dopo “l’abbattimento a Bristol della statua dedicata al mercante di schiavi Edward Colston”. L’associazione si è quindi rivolta con una lettera al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio comunale di Milano motivando così la richiesta di rimozione delle statue: “Montanelli ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale”. Il centrodestra a Palazzo Marino ha attaccato duramente la proposta, e anche il capogruppo del Pd si è detto contrario.

Non lo scriviamo perché Indro Montanelli (1909-2001) è un vanto di Milano, la città che amava e per la quale ha versato – letteralmente – il sangue (l’attentato delle Brigate Rosse nel 1977, cui seguì il perdono agli attentatori). Non lo scriviamo perché Montanelli è una gloria del Corriere della Sera, dov’è tornato nel 1995, dopo aver fondato e diretto il Giornale per vent’anni. Non lo scriviamo perché Montanelli ha insegnato il mestiere a tanti di noi, e ci ha voluto bene.

Lo scriviamo perché l’uomo e il professionista non meritano un affronto del genere; e non lo meritano Milano, l’Italia e gli italiani, già provati da mesi drammatici. Abbattere la statua di un dittatore può essere un gesto liberatorio; rimuovere la statua di un giornalista libero puzza di fanatismo.

L’accusa risale al 1935. Per valutarla, occorre conoscere il contesto. Indro Montanelli – giovane fascista disincantato, speranzoso reporter – parte per il fronte africano. Ha appena compiuto ventisei anni. All’Asmara viene incorporato come comandante di compagnia nel XX Battaglione Eritreo, formato da ascari, mercenari locali. Una unità raccogliticia e inefficiente, con compiti di retroguardia. Il sottotenente Montanelli scrive: “Abbiamo davanti un nemico che non fa che fuggire e una popolazione che non fa che applaudire. È una passeggiata, sia pure un po’ scomoda”. L’avventura è raccontata in un libro, XX Battaglione Eirtreo, che viene recensito in modo lusinghiero da Ugo Ojetti sul Corriere della Sera e apre a Montanelli le porte di via Solferino.

Appena arrivato in Africa, Montanelli aveva accettato di prendere come compagna un’adolescente abissina, secondo la tradizione locale. La ragazzina si chiamava Destà. “Per tutta la guerra, come tutte le mogli dei miei ascari, riuscì ogni quindici o venti giorni a raggiungermi ovunque mi trovassi, in quella terra senza strade né carte topografiche”.

Montanelli poi capì l’ingiustizia e l’anacronismo di quel legame; ma non negò, né rimosse, la vicenda. La giovanissima Destà andò poi in sposa a un attendente eritreo, e con lui fece tre figli: il primo lo chiamarono Indro.

Abbattere, per questo, la statua di Montanelli? Sarebbe assurdo e offensivo, come dicevamo. Quella vicenda – non esemplare, certo – non rappresenta l’uomo, il giornalista, le cose in cui ha creduto e per cui s’è battuto. Se un episodio isolato fosse sufficiente per squalificare una vita, non resterebbe in piedi una sola statua. Solo quelle dei santi, e neppure tutte.

Infine: accanirsi contro la figura di Montanelli sarebbe controproducente. Se il sindaco Beppe Sala, l’amministrazione comunale di Milano e il partito Democratico accettassero di rimuovere quella statua – per distrazione, per conformismo, per ignavia – regalerebbero molti moderati alla destra estrema, che li aspetta a braccia aperte. È accaduto altrove, per esempio negli Usa: i fanatici della “correttezza politica” hanno contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca.

Lasciateci perciò i Giardini Montanelli, con la loro statua. Dei Giardini Sentinelli, con le loro ossessioni, facciamo volentieri a meno.

Corriere della Sera, Beppe Severgnini

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *