Durante il confinamento, molti internauti hanno risposto a diverse sfide: condividere le copertine di libri, le immagini di film, gli album amati. Sorge quindi una questione: l’arte può aiutarci a superare una situazione di crisi e come? Una questione alla quale il recente vincitore del premio Pulitzer Hisham Matar – con il suo libro Un punto di approdo – ha risposto ne Il Resto del Carlino di questo venerdì 12 giugno.

“Andare sempre avanti, ce lo insegna l’arte”
Lo scrittore premio Pulitzer Hisham Matar: “Così il Lorenzetti del ’300 dialoga con la società di oggi: dalle pandemie a Minneapolis”

Per Hisham Matar l’arte non è una terapia, una cura, una medicina. Ma un rapporto dettato dalla curiosità, dalla voglia di scoperta. “Parte del piacere – dice – sta proprio nel non sapere dove porterà la mia passione verso l’arte». Lo scrittore di origini libiche, vincitore del premio Pulitzer, risponde alle domande sul suo ultimo libro, Un punto d’approdo (Einaudi, titolo originale A month in Siena) da casa sua a Londra, guardando alla sua città natale, New York, sconvolta dalla pandemia e dalle proteste antirazziste.

Lei è rimasto affascinato dalle opere di Lorenzetti, Sano di Pietro, Simone Martini. Qual è il loro segreto?
“Viviamo in un’epoca in cui il mito della nostra individualità è potente. Mito che genera molti effetti positivi. Ma provoca anche sofferenze e può far credere a uno scrittore o un pittore che, per le esigenze del suo lavoro è spesso solo, di essere disconnesso. Mentre la storia dell’arte e della letteratura ci mostra che anche i praticanti più giovani lavoravano in stretto contatto con artisti passati e presenti, collegati a loro da idee e influenze. Ai tempi di Duccio, Lorenzetti, Sano di Pietro e Simone Martini lo si capiva con più evidenza. Guardando le loro opere, puoi quasi sentirli scambiarsi appunti, aiutandosi a vicenda a esplorare il potenziale di ciò che un dipinto può avere. Mi viene in mente quello che ha detto lo scultore britannico Anthony Caro riguardo all’arte in avanti; ogni artista sta semplicemente prendendo ciò che è stato realizzato finora e sta tentando di spingerlo un po’ più avanti. Sono d’accordo con questa tesi”.

Nel suo libro parla della peste a proposito della morte di Lorenzetti. Pensa che la cura dell’arte possa lenire gli effetti della pandemia del Covid?
“Per quanto auguri il bene a tutti e mi dispiaccia per le molte persone che hanno sofferto e continuano a soffrire (sono particolarmente preoccupato in questo momento per il sud del mondo), non penso che la funzione principale dell’arte sia di farci sentire meglio. Spesso lo fa e può farlo, ovviamente; ma se cerchiamo solo questo dall’arte, restringiamo il suo raggio d’azione. È come se qualcuno viaggiasse per il mondo solo per abbronzarsi. L’arte è piena di idee, vita e complessità. È il luogo in cui possiamo sperare di esercitare un’ampia gamma delle nostre facoltà: intellettuali ma anche emotive e psicologiche. È uno spazio concentrato di attività umane. Ha il potenziale di catturare il nostro io migliore. È inevitabile che occasionalmente ci ispiri e ci faccia sentire più speranzosi e vivi e più consapevoli della nostra umanità. È anche inevitabile che ciò che sta accadendo in questo momento filtrerà attraverso le arti. Come, quando e in quale forma, è impossibile dirlo”.

Ci sono dei momenti cruciali nella vita di tutti noi. Siena per lei ha rappresentato un punto di approdo?
“Forse. Ma in modo tranquillo. E non lo dico solo per modestia, ma anche perché ho scoperto le mie ragioni per essere lì mentre ero effettivamente lì. Pensavo di essere andato principalmente a guardare l’arte, ma alla fine ero anche andato a piangere per la morte di mio padre. Il mio tempo a Siena è diventato in parte uno spazio in cui ho potuto pensare a come procedere da lì. Tutto il dolore sofferto pone questa domanda: come andare avanti?”.

Il ciclo del Buongoverno del Lorenzetti rappresenta anche per lei un manifesto politico?
“È la pittura più secolare del suo tempo. In effetti, se il dominio secolare fosse una chiesa, il Buongoverno sarebbe la sua pala d’altare. È anche palese nelle sue intenzioni. Ma le sue virtù sono molte. Illustra il nostro secolare tentativo di capire la natura del rapporto tra lo Stato e il popolo; una domanda che, purtroppo, sta rimbombando rumorosamente per le strade di Minneapolis e di molte città americane, oltre che in diverse capitali del mondo, dopo la morte di un uomo innocente per mano dello Stato». Qual è il suo desiderio per il futuro del suo Paese, la Libia? Riuscirà a superare le sue eterne divisioni? «È il desiderio di ogni uomo per il suo paese, anzi per il mondo: vivere in pace”.

Il Resto del Carlino – Pino Di Blasio

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