Le ultime settimane sono state fatte di virtuale più che mai. Lavorare, studiare, comunicare, informarsi, comprare ma anche criticare, denigrare, distruggere, a volte – o spesso – con violenza: i cittadini confinati hanno avuto comportamenti sul web che forse erano già quelli di prima ma esacerbati in questi tempi particolari. Ma ora che la crisi sembra finire, cosa resterà e come avrà condizionato il mondo fisico di oggi e domani?

Roberto Saviano ha approfittato della pubblicazione della versione italiana dell’ultimo libro di Michel Onfray per intervistare il filosofo francese e avere il suo parere sulla questione. Ecco l’intervista ne La Repubblica di questo sabato 13 giugno.

Muore la libertà con i nostri clic
Nel suo saggio il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello
“Mai come oggi c’è stata una così forte servitù volontaria”

Michel Onfray è un filosofo che leggo esattamente come ascolto Theolonious Monk, Chilly Gonzales o Martha Argerich, quando mi sento in mare aperto, senza direzione loro mi danno orizzonte. Onfray è un filosofo libertario, è un misuratore della tossicità del potere; un metodo anarchico governa il suo ragionare. Esce in Italia il suo Teoria della dittatura, un testo che si adopera nella complessa descrizione di come accade che i governi si tramutino in tirannie e di come anche le democrazie si sclerotizzino in dinamiche autoritarie. Onfray individua sette fasi principali che trasformano uno Stato in dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura, propagare l’odio, aspirare all’Impero. Il desiderio che hai, quando finisci un suo libro, è di chiamare Onfray per chiarire la costellazione di dubbi che ti ha innescato. Così, questa volta, ho deciso di farlo.

Per distruggere la libertà tu dici, Michel, che bisogna assicurare una sorveglianza continua, distruggere la vita personale, eliminare la solitudine, divertire con le feste comandate, uniformare l’opinione, denunciare i crimini di pensiero. La felicità, la sua ricerca, può essere uno strumento per contrastare l’autoritarismo o, al contrario, il trabocchetto insisto nella propaganda autoritaria, ovvero perdi libertà ma in cambio hai più felicità?
“La felicità non può essere l’ultima parola in un mondo in cui c’è chi ritiene che non ci sia nulla di sbagliato nell’ottenere la propria felicità scapito degli altri. La lotta contro l’autoritarismo è materia per caratteri temprati, che abbiano il senso dell’interesse generale e la capacità di mettere da parte la propria felicità in nome dell’ideale superiore della virtù civica, come fece Catone il Vecchio”. Onfray scrive che per impoverire la lingua, bisogna: usare un linguaggio a doppia valenza, distruggere parole, piegare la lingua all’oralità, eliminare i classici. Per abolire la verità, bisogna: imporre l’ideologia, strumentalizzare la stampa, diffondere notizie false, ricreare la realtà.

Tutte le dittature – chiedo – hanno la loro neolingua che riduce ogni concetto a slogan: è quello che sta accadendo con il web. Esiste una soluzione?
“La scuola repubblicana che insegnava a ragazzi e ragazze a leggere, scrivere, far di conto e pensare senza guardare alle loro origini sociali è morta nel maggio del ’68. È stata sostituita da un dispositivo ludico nel quale l’apprendimento di contenuti è stato abbandonato in favore della sollecitazione di un ipotetico genio infantile. La scuola, che una volta produceva cittadini, adesso produce pecore di Panurgo in catena di montaggio. La moralizzazione della rete, ch tra le altre cose implicherebbe di far rispettare leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant’altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell’avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio”.

Nel tuo libro descrivi Amazon, Facebook, Netflix, Google, Apple come la più articolata forma totalitaria che esista. Come contrastare il loro potere oggi, dopo che sono state, durante la pandemia, le piattaforme gratuite per relazioni umane, lavoro, scuola e intrattenimento?
“Questa è in effetti la questione politica per eccellenza. In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l’esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n’è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: “Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi”. Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c’è schiavo peggiore di chi si crede un padrone”.

La pandemia che mondo ci lascerà?
“Lo stesso ma peggiore. Modificherà il lavoro, l’insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna: il telelavoro, la sostituzione della “presenza” con la “distanza” aumenterà i poteri della società del controllo, che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. Il virtuale soppianterà il reale ogni volta che sarà possibile, e a governare sul virtuale ci sarà il Big Brother. Del resto, non poteva essere altrimenti visto che l’ha inventato lui”.

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