Questo 15 giugno, Alberto Sordi avrebbe compiuto cent’anni. Oltre ai circa 200 film nei quali ha recitato o che ha realizzato tra il 1937 e il 1998, sarà per sempre uno di quelli, con Tognazzi, Gassman, Manfredi e Mastroianni, che ha definito la commedia all’italiana.

Con sette David di Donatello ma anche tante nomination al Golden Globe e al BAFTA, Alberto Sordi non è stato un uomo di cinema importante solo in Italia ma nel mondo. Lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia rende un omaggio a Sordi ne L’Espresso di questo lunedì.

Caro Nanni avevi ragione: Alberto Sordi ce lo meritiamo davvero
Il filo rosso che va da Leopardi e Sorrentino passa per Flaiano e Albertone. Uno scrittore spiega perché servono cinismo e cattiveria per racontare gli italiani

“Ve lo meritate, Alberto Sordi”. Così Nanni Moretti in Ecce Bombo, correva l’anno 1978. E oggi possiamo dire che sì, ce lo siamo meritato l’Albertone Nazionale. Perché tra i tanti Mostri Sacri del cinema italiano, da Gassman a Mastroianni a Manfredi, passando per la Loren la Lollo e la Vitti, nessuno come lui ha saputo raccontare le nostre ipocrisie, il nostro conformismo, la nostra vigliaccheria, la nostra piaggeria, la nostra doppiezza all’insegna del sempiterno Franza o Spagna purché se magna, il nostro immarcescibile “tengo famiglia”.

Tuttavia Alberto Sordi non è stato soltanto un grande attore italiano, se non forse il più grande in assoluto, ma anche un grande antropologo, capace di impersonare i sempiterni caratteri di un popolo intero in film tragicomici ma a ben vedere soprattutto cattivi, addirittura feroci nel loro mettere a nudo le viltà e le debolezze di un’Italia, quella del dopoguerra, ansiosa di lasciarsi alle spalle il fascismo e la guerra civile senza mai far davvero i conti con se stessa e di abbracciare con il Boom e il passaggio da Paese agricolo a potenza industriale la nuova religione del consumismo: vedi non solo le “Lettere Corsare” di Pier Paolo Pasolini ma per l’appunto anche Alberto Nardi, il personaggio interpretato da Sordi ne “Il vedovo”.

In questo film girato nel 1959 da quell’altro gigante del cinema italiano che è stato e che rimane Dino Risi, vediamo il Nostro al suo meglio – al fianco di una straordinaria Franca Valeri – nei panni di un improbabile imprenditore roso dall’invidia nei confronti della ricca moglie milanese, lei sì capace di condurre come si deve la sua azienda ancorché consapevole di aver sposato un “cretinetti”. C’è, in quel personaggio convinto che per avere successo nella vita bastino solo “la fortuna e le conoscenze”, il ritratto impietoso dell’italiano medio che confidando nello stellone s’arrangia, s’arrabatta, s’improvvisa, e a suon di cambiali finisce fatalmente indebitato fin sopra i capelli, visto che oltretutto si è fatto l’amante e conduce una vita alquanto al di sopra delle proprie possibilità.

Di modo che progettando di uccidere la moglie per ereditarne le cospicue fortune, l’industriale fallito Alberto Nardi finisce per portare sul grande schermo con una mimica e una comicità straordinarie il peggio di un Paese intero, destinato di lì a poco a dimostrarsi incapace di progetti seri e di lungo periodo, e rivelandosi poi pronto a fare cassa nei decenni successivi – finito da un pezzo il Miracolo Italiano e svanito il sogno berlusconiano di un remake – svendendo e/o privatizzando aziende e servizi: nel caso della pellicola, e non casualmente, i terreni agricoli e le vacche, di cui quando s’illude che la moglie sia deceduta in un incidente ferroviario il Nardi vuole disfarsi per fare “una bella speculazione edilizia”.

Già nel 1953 del resto il giovane Alberto diretto da Federico Fellini ne “I Vitelloni” fa il gesto dell’ombrello a un gruppo di operai cantonieri al lavoro su una strada, apostrofandoli col celebre «Lavoratori?!». In quella scena, ecco l’Italia che da sempre si ritiene depositaria della furbizia e in fondo disprezza chi si guadagna il pane onestamente: dopotutto, siamo pur sempre il Paese ai vertici delle classifiche mondiali in fatto di evasione fiscale. Ben prima dello scandalo che travolse l’allora ministro della Sanità Poggiolini, ecco Sordi nei panni del dottor Tersilli ne “Il medico della mutua”.

Uscito per la regia di Luigi Zampa e con la colonna sonora di Piero Piccioni nel fatale 1968 – l’anno che segnò la fine del Boom e l’inizio di una contestazione poi sfociata nei cosiddetti Anni di Piombo – il film denuncia con largo anticipo l’italica malasanità, e lo fa prendendo di mira non solo una classe medica pronta a tutto pur di mettere le mani sul prezioso patrimonio costituito da un popolo di mutuati, ma altresì il potere capillare delle case farmaceutiche, ingolosite d’altronde da masse di ipocondriaci con gli stipetti stracolmi di medicinali spesso destinati a rimanere inutilizzati.

Di nuovo, pur di ritagliarsi il suo posto al sole il dottor Tersilli si mostra disposto a qualsiasi cosa, e passando dalla Vespa all’utilitaria e poi alla moglie bella e ricca con tanto di attico con vista sui tetti della Capitale, prima abbandona la fidanzata innamorata ma onesta e perciò povera, poi illude la consorte di un medico in punto di morte dotato di un nutritissimo parco mutuati – interpretata da una bravissima Bice Valori – per accaparrarsi il parco mutuati medesimo, e infine, nel seguito girato da Luciano Salce nel 1969 e intitolato “Il prof. Dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”, apre una struttura privata tutta sua arricchendosi ulteriormente a scapito di malati veri e immaginari.

E poi ancora nel 1959 ecco il Sordi che diretto da Giorgio Bianchi ne “Il moralista” interpreta l’irreprensibile Agostino, Segretario Generale per la Moralità Pubblica e dunque censore dai modi assai democristiani ma a capo di un florido giro di prostituzione; e un quindicennio più tardi, nel 1974, il Sordi che diventato regista di se stesso gira “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale il protagonista fa soldi vendendo armi illegalmente ad alcuni Paesi africani. Insomma: l’attore (e regista) nato nel cuore di Trastevere il 15 giugno del 1920 è parente stretto del Leopardi del “Discorso sopra i costumi degli italiani”, del Flaiano del “Diario notturno”, dell’Arbasino di “Paesaggi italiani con zombi”: a loro volta capaci di uno sguardo antropologico sugli italiani, e dunque in grado di individuare tratti destinati a restare immutati nel carattere di questo nostro popolo fatto non solo di santi, poeti e navigatori.

Se Leopardi sottolinea degli italiani la mancanza di “buon tuono”, rilevando come in Italia si rida di tutto, e Flaiano mette in scena una Roma decadente e corrotta pressoché identica a quella poi portata al cinema da Paolo Sorrentino col suo La Grande Bellezza, le “mignottone tivù” categorizzate da Arbasino restano come sappiamo un evergreen. Ma Alberto Sordi se ne sta lì, di fianco a loro: e sì, davvero ce lo siamo meritato.

L’Espresso – Giuseppe Culicchia

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