Qualche settimana fa, un brillante intervento di Elena Lupi mi fece scoprire una scrittrice, Brianna Carafa, e un libro, La vita involontaria, entrambi (quasi) caduti nell’oblio. Scoprii anche una casa editrice, Cliquot Edizioni.

Cliquot Edizioni

In un’intervista rilasciata a Metropolitan durante il Salone del Libro di Torino del 2019, l’editore Federico Cenci spiegava: ” Il nome Cliquot nasce dal Chevalier Cliquot: un mangiatore di spade di inizio Novecento. Il mangiatore di spade negli spettacoli circensi era uno spettacolo collaterale, quello che tra le attrazioni principali faceva da riempitivo. Quindi la nostra idea è quella di riportare alla luce libri dimenticati, messi in secondo piano rispetto ad altri.”

Brianna Carafa

Trovare una biografia di Brianna Carafa è una vera scommessa. Nata a Roma nel 1924 e psicanalista di professione, pubblica un volume di poesie presso l’editore romano Carucci nel 1957. Lo stesso anno pubblica due racconti ma si fa soprattutto notare con il suo primo romanzo, La vita involontaria, che le vale di far parte della cinquina dello Strega del 1975 – vinto da Tommaso Landolfi con A caso (Rizzoli). Un po’ prima della morte, il 23 marzo 1978 a Roma, pubblicherà un secondo romanzo, Il ponte nel deserto.

Originariamente pubblicata dalla Einaudi, quella che ebbe Italo Calvino come mentore deve quindi contare su giovani editori e lettori per tornare al primo piano.

La vita involontaria

Tutto comincia a Oblenz, città mitteleuropa fittizia nella quale vive il protagonista e narratore, Paolo Pintus. Una piccola città con una collina dalla quale si vede “i Tetti Rossi”.

Ed erano proprio i “Tetti Rossi” il segno dell’infamia, la rivelazione resa pubblica attraverso i timbri, le carte bollate, il muro, la loro stessa esistenza, del male che si spandeva sui padri, sui figli e i parenti, con un’uguale, occulta connotazione di ludibrio.

pagina 19

Una città che Pintus vorrà velocemente lasciare.

A un certo punto cominciò a farsi strada in me l’idea di andarmene.

pagina 23

Ma per fare cosa e soprattutto dove andare? A Vallona, per studiare alla facoltà di filosofia. Una decisione che, come altre non sarà completamente quella del protagonista.

Avrei potuto, credo, decidere ugualmente per altri studi o altre destinazioni. Ma la vita procedeva lungo vie tortuose, forse già tracciata negli astri.

pagina 29

Il viaggio e la nuova vita possono quindi cominciare e lettore capisce che si ha a che fare con un Bildungsroman e che se la vita di Pintus sembra casuale, la costruzione del romanzo non lo è, a cominciare dai luoghi dell’intreccio.

Una delle forze di questo romanzo è la particolare attenzione e il talento di Brianna Carafa di scegliere con precisione ogni parola: ogni descrizione, ogni dialogo – o monologo – è necessario e non superfluo. E la focalizzazione interna permette di seguire un percorso che non sarà rettilineo ma fatto di alti e bassi, di incontri determinanti.

Fu allora che scoprii la città, con Wanda, attraverso Wanda, per effetto della vicinanza di Wanda. Tutto ciò che prima mi era indifferente, acquistò rilievo e significato.

pagina 45

Brianna Carafa usa anche alla perfezione l’arte dell’ellissi in modo tale che ogni parola delle 142 pagine del libro sembra avere la sua forza e la sua importanza. Molte frasi e dialoghi diventano quindi aforismi.

Il fatto è che le cose, amico mio, accadono proprio così, a un tratto e senza ragione. È l’homo sapiens che per illudersi di controllare il mondo, inventa e va a caccia di “cause” da legare agli effetti. Chissà perché, così si sente più tranquillo. Forse crede di poter prevedere il futuro o, almeno, di organizzarlo secondo un ordine.

pagina 60

L’ultimo punto forte de La vita involontaria è di offrire un finale non necessariamente aspettato.

Se l’importante in un romanzo di formazione è il percorso che effettua il protagonista, il modo di raccontarlo di Brianna Carafa e il punto di arrivo che ha immaginato conferiscono al romanzo uno statuto degno della cinquina del Premio Strega.

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